Essere presenti. Essere onnipresenti

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Il confine tra essere genitori presenti ed essere genitori onnipresenti è molto labile. A volte lo si valica senza nemmeno rendersene conto. Io (credo) di essermene resa conto in tempo. Mai dire mai, in ogni caso. Perché nonostante proclami a gran voce che i figli vanno lasciati liberi di sbagliare, sperimentare e crescere in autonomia, spesso sono la prima a coinvolgerli in attività di cui, magari, in quel momento non sentono affatto il bisogno. E per stargli accanto mollo tutto quello che devo fare. Poverini, si staranno sentendo abbandonati, mamma cattiva!, penso.

E invece no. L’ultima volta che si è affacciato al balcone dei sensi di colpa questo pensiero, mi sono imposta di continuare a fare quel che dovevo fare. Santo Cielo! Sono in due – e questo da solo dovrebbe spronarli ad usare la fantasia per creare giochi insieme – , sono belli attivi, non particolarmente interessati ai cartoni animati, e per di più riescono a giocare abbastanza pacificamente insieme: perché mai devo mettermi a fare da terzo incomodo? E così ho proseguito nel mio lavoro di alto ingegno, la pulizia del piano cucina, mentre i due giocavano a “fare la spesa”  svuotando la dispensa. Più tardi ho rinvenuto scatolette di tonno sotto i mobili, ma pazienza, l’importante è che siano capaci di giocare senza la presenza della mamma. Nel momento in cui, di loro spontanea volontà, mi hanno coinvolta nei loro giochi mi sono sentita “presente”.

Ho già avuto modo di affermare che da parte di noi genitori è necessario arginare il bisogno di sentirsi indispensabili per i figli: questo è infatti il primo passo per riconoscere le loro qualità, capacità e aiutarli nella crescita.
Un bambino perennemente seguito, a volte letteralmente “perseguitato”, dai genitori, se lasciato in balia di se stesso, rischia di non essere in grado né di affrontare la “solitudine” – intesa anche come momento di dialogo con se stessi –  né di essere capace di affrontare le difficoltà della vita se non sorretto da qualcuno (genitori, compagno, amici). Il bambino “genitore – dipendente” forse non si rende – e non si renderà – conto di possedere tutte le capacità per far fronte alla vita, in quanto  non gli è mai stata data la possibilità di metterle a frutto e confrontarsi non solo con i successi, ma soprattutto con le sconfitte. E le sconfitte sono ciò che il genitore “onnipresente” teme maggiormente per suo figlio, perché fanno male, è vero, ma al tempo stesso servono alla costruzione del sé. E questo il genitore onnipresente sembra non volerlo accettare.

Arriverà per il bambino “genitore – dipendente”, diventato ormai adulto, un momento cruciale della vita in cui dovrà scegliere una volta per tutte cosa fare “da grande”, senza l’ausilio e i consigli di nessuno. Staccarsi dalla figura genitoriale sarà più faticoso, ma il bisogno di trovare una propria dimensione e personalità, costringeranno il figlio a tirare fuori tutta la grinta per affrontare, e finalmente liberarsi del  genitore onnipresente.

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