All’origine dei ricci

Ricci e identità

Ho già parlato dei miei ricci e, standomi particolarmente a cuore, credo che tornerò spesso sull’argomento.

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Separate alla nascita… a 15 anni di distanza.

Colorati, “stirati”, “piastrati”, con le mèches, melanzana, ecc… Prima della nascita dei figli, i miei poveri capelli ne hanno passate di tutti i colori, letteralmente. Sperimentare con tagli e colori non era solo una moda, piuttosto una ricerca di identità. Tipico comportamento giovanile, penserete.

Poi la svolta e la presa di coscienza, anzi, di identità. I tuoi capelli sono ricci, punto. La tua pelle è “abbronzata”, punto. Tu sei così e non puoi essere altro che così.

Le origini perse

Da mamma ho preso un treno di sola andata verso me stessa. A volte avrei voluto tornare indietro: espormi al giudizio altrui non è facile, soprattutto se si è stati, e si è tutt’ora, vittima di razzismo. I bambini però apprendono ciò che vedono e i genitori sono i primi modelli a cui si ispirano. Voglio che i miei figli si amino – il verbo accettare non mi piace, ha troppo il gusto della rinuncia – per quello che sono con pregi e difetti. Che esempio avrei dato se ero la prima ad essere in guerra con me stessa e con le mie origini? Ecco la scelta di tornare naturale, nonostante tutto, di mostrarmi al mondo per ciò che sono e non ciò che un certo tipo di società (ottusa) vorrebbe che fossi.

Non si è trattato di un mero discorso estetico: il riccio per me ha significato un avvicinamento, anzi, una scoperta, della storia dei miei antenati. Ho sempre vissuto nel mondo “bianco”; della schiavitù in epoca coloniale, di Rosa Parks e dell’apartheid sapevo ben poco, se non nulla. Sebbene non abbia radici con la mia terra natia, rinnegare le origini però mi ha portato ad uno spaesamento e a una perdita di identità. Mi sono omologata senza sapere chi ero e dove andavo. Comunque, c’è sempre tempo per recuperare e prendere una nuova direzione. Quella che fa star bene in primo luogo se stessi.

Adesso ho la mia famiglia a sostenermi e a incoraggiarmi, in primis mio marito che in questi anni mi ha spronato a buttare via la piastra – oddio, quel passo ancora mi manca! – e a indagare sul mio passato. E poi la rete mi ha mostrato tante ragazze, una in particolare “conosciuta” sulla rivista per cui scrivo, che hanno fatto pace con la loro natura “selvaggia” facendomi sentire decisamente meno sola.

 

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